La città orginariamente fu fondata con il nome di Adranon, nel periodo romano e latino si chiamò Hadranum;nel periodo saraceno cambiò nuovamente nome in Adarnu o Adarna.Successivamente nel periodo normanno Adernio ed Adriano, mentre nel periodo angioino prese il nome di Adernò. Nel 1929 prese definitivamente il nome di Adrano. Adrano sorge su di un altipiano con altitudine di 560 m s.l. e dista 36 Km. da Catania suo capolougo di provincia, i suoi Abitanti vengono chiamati Adraniti
Origini
adranos, dio della guerra e del fuoco
All'antica città fu dato il nome del nume dei Siculi, il cui tempio sorgeva nelle vicinanze di (Maria Grazia Branciforti)
Chi potrebbe temere il dio Adrano che incede a grandi passi, se non colui che mente e che ruba, ancor più da evitare sono i mille cani, temibile corteo della divinità, che festosi accolgono i visitatori del tempio e benevolmente accompagnano gli ubriachi alle proprie dimore, chi ha rubato sarà sbranato dai guardiani delI'epichoflou daimonos che si erge con la lunga lancia nel tempio venerato dalle popolazioni dell'intera isola.
Così avrebbero raccontato gli antichi abitanti dei numerosi centri posti alle pendici del monte Etna al tiranno di Siracusa, Dionigi, quando, fondando una nuova città, le diede il nome del grande nume della gente sicula venerato in località diverse, come nel territorio di Messina, presso i Mamertini, ad Alesa e persino nella Sicilia occidentale, a Monte Adranone, tanto da non potere essere direttamente assimilata nell'Olimpo ellenico. In piena età greca conservò, dunque, il suo nome (di derivazione orientale secondo alcuni studiosi, di origine italica secondo altri) ed il carattere di divinità fluviale.
Una casa sacra, un fuoco eterno e schiere di cani dovettero richiamare alla mente dei Greci, penetrati nel territorio siculo, Efesto1 il dio del fuoco, divenuto per loro quasi personificazione dello stesso monte Etna ove si ergeva solitario il suo tempio Come bene sottolineò Adolf Holm nella sua Storia della Sicilia nell'antichità, è più probabile che siano state attribuite a due divinità e a due templi diversi delle notizie che sì riferivano ad un solo tempio e ad una sola dvinità.
Adrano riunì quindi in sé il carattere di dio della guerra, indicato dalla lancia, con quello di dio del fuoco, così da essere identificato con Efesto.
Sia Adrano che Efesto sono ritenuti, indifferentemente ora l'uno ora l'altro, genitori dei Palici, figli di Etria o di Zeus e della ninfa Thalia i quali, dapprima occultati dalla Terra per timore di Era, nuovamente" (dal greco palin) erompono da essa
La leggenda primitiva li identifica coi crateri o lo ci ebullientes nelle cui acque sempre gorgoglianti si lanciavano le tavolette, che galleggiavano se erano veritieri i giuramenti scritti su di esse.
Nel suo Viaggio per tutte le antichità di Sicilia (1781), Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, ricorda che «se cercherà il Viaggiatore alcun vestigio di questo Tempio (del dio Adrano, n.d.a.) gli sarà mostrato un robustissimo pezzo di gran fabbrica, costrutto di smisurati sassi riquadrati, ed ogni strato di questi ritirandosi un palmo, mostra, che possa essere un forte riparo per sostenere l'appoggiato terreno, sopra il quale potè essere alcun considerevole edificio; e vuole la volgare tradizione del Paese, che un avanzo questo sia del Tempio del Dio Adrano.
Dopo alcuni decenni, Giovanni Sangiorgio Mazza, illustre studioso delle memorie storiche cittadine, affermava t'esistenza di parti del tempio nell'Orto di Cartilemi, per il Biscari vestigia delle imponenti mura che cingevano la città dionigiana, deboli avanzi che non permettono di ritrovare l'architettura dell'edificio né quant' altro serviva al Sacerdozio, ed ai sacrifici.
Un'oscura fatalità avrebbe impedito la conservazione di tale luogo di culto, (malgrado la gelosa sorveglianza de' Sopraintendenti alle antichità) (ctr. Storia di Adernò dell'vvocato Giovanni Sangiorgio Mazza, Catania, 1820), come poi in seguito accadrà per tanta parte dei resti archeologici adraniti.
Colui che ebbe a possedere le terre di Frajello e di Cartitemi, Maestro Domenico dell'Erba, disperse vasi, distrusse monumenti, ridusse in calce colonne di pietra bianca levò di mezzo quelle in pietra lavica e «un gran numero de' riquadrati sassi che frastornavano l'agricoltore nell'occupato terreno».
Età del bronzo

(di Gioconda Lamagna)
Con l'avvento della prima età del Bronzo (2200-1500 a. C) si sviluppa nella zona di Adrano, come in altre zone della Sicilia, la cultura di Castelluccio, caratterizzata da una economia di tipo agricolo e pastorale, fondata sullo sfruttamento intensivo delle risorse del territorio.
Gli insediamenti si moltiplicano con rapidità, fino ad estendersi anche a monte del fiume e ad occupare l'intera fascia pedemontana.
I villaggi sono costituiti da poche capanne e sono situati frequentemente su modeste alture, senza particolari preoccupazioni difensive.
Ma nella regione etnea vengono adottati usi funerari particolari.
La durezza dei basalti Vulcanici impedisce, infatti, l'adozione delle sepolture Castellucciane più diffuse, le piccole tombe "a forno" scavate nella roccia tenera, chiuse da lastre di pietra e usate per più deposizioni.
Al loro posto vengono usate le grotte di
scorrimento lavico, caverne formatesi naturalmente sull'Etna in seguito allo
Scorrere del magma lungo i fianchi della" montagna. Il loro impiego per scopi
funerari Costituisce in quel periodo la più palese forma di adattamento
dell'uomo all' ambiente locale.
I più significativi esempi di

La loro esplorazione ne ha portato
al recupero di diversi corredi funebri, Composti
Le ceramiche Sono decorate
Non molte le forme:
Rappresentano il maggiore
complesso di ceramiche preistoriche mai rinvenuto nella
I singoli complessi vascolari presentano tra loro marcate differenze tipologiche, e ciò si è spiegato con la loro appartenenza a fasi cronologiche diverse.
Così, le fasi più antiche del Castellucciano etneo sono quelle documentate dai rinvenimenti della Grotta Pellegriti e della Grotta Maccarrone. Segue il periodo di maggiore splendore, rappresentato dai corredi della Grotta Pietralunga.
Le fasi più tarde sono
documentabili non attraverso i materiali delle grotte funerarie, ma tramite le
ceramiche raccolte nel 1957 in occasione
dello scavo di un serbatoio idrico in proprietà Sapienza
In quest'ultima località, una campagna di scavo della fine degli anni Sessanta ha riportato alla luce i resti di due capanne circolari e di una grande capanna a pianta ovoidale allungata.
Le fasi successive alla prima età del Bronzo
vedono un progressivo rarefarsi degli insediamenti, e poche sono in tutto il
territorio le testimonianze relative a questo periodo.
In età storica nasce in contrada Mendolito, su un basso terrazzo basaltico presso la riva sinistra del Simeto, a otto chilometri dall'odierna Adrano, uno dei più importanti centri siculi della Sicilia.
L'insediamento colpisce,
innanzi tutto, per la sua estensione: ottanta ettari, un area vastissima,
superiore, anche se di poco, a quella di Megara Hyblaea e addirittura doppia di
quella di Naxos.
Scendo col Prevosto (Petronio Russo, erudito locale, n.d.a) nella località dove egli colloca Simethia».
Così inizia sul proprio
taccuino la descrizione del
E subito si rende
conto dell'eccezionale importanza del
I contadini le
raccolgono e le portano al ricco
E' nella villetta di
questi che Paolo Orsi vede capitelli scolpiti in pietra lavica, terrecotte
architettoniche, vasi, iscrizioni, e si convince di essere sul sito di una
importante città indigena, da non identificarsi però con la città di Simethia,
come invece voleva Petronio Russo
Oggi l'antica città è largamente nota al mondo archeologico per alcune testimonianze di straordinario interesse.
Primo fra tutte, il famoso ripostiglio di bronzi, il maggiore della Sicilia, databile tra la fine dell' VIII e la prima metà del VII Secolo a.C. rinvenuto casualmente nel 1908 all'interno di una grande giara dentro il perimetro urbano, nel fondo Ciaramidaro , fu dapprima disperso nel mercato antiquario e poi acquistato da Paolo Orsi per conto del museo archeologico di Siracusa.
Il deposito, il cui materiale ha un peso complessivo di quasi 900 kg; è il secondo in Italia per quantità, dopo quello di San Francesco di Bologna, ed è costituito per la maggior parte di pani di bronzo (sorta di lingotti) e per il resto di oggetti talvolta integri, più spesso rotti.
Splendidi i cinturoni bronzei in lamina sbalzata, forse ornamento di armature, e le armi da guerra: lunghissime lance, giavellotti, spiedi.
Di rilievo anche la presenza di frammenti di calderoni tripodi, materiali certamente importati dalla Grecia che documentano la vivacità di un centro il quale, pur situato all'interno dell'isola, non era insensibile al fascino degli oggetti esotici.
Numerosi le ipotesi avanzate riguardo alla presenza di un così cospicuo lotto di metalli in una città indigena: la più recente è che il deposito fosse riferibile ad una fonderia connessa ad un santuario, probabilmente sotto il controllo politico della comunità indigena; in età protostorica la gestione della produzione metallurgica era, infatti, appannaggio esclusivo del potere centrale.
Tipiche del centro Siculo sono anche alcune sepolture della necropoli sud di contrada Sciare Manganelli.
Le segnala per primo Petronio Russo che, interpretandole erroneamente come costruzioni arabe, così le descrive: «Sei capanne di forma rotonda un poco ovale... in rozza pietra lavica situate nel Piano della Caldaia di Manganelli».
Si tratta, in realtà, di tombe cosiddette a tholos, piccole costruzioni circolari di pietra lavica a cupola, forse di lontane ascendenze elladiche,certamente inusuali nell 'ambiente siciliano, con corredi riferibili a più deposizioni, e databili dagli inizi del VII fino alla metà del V secolo a.C. Dalla città del Mendolito viene anche un gruppo di iscrizioni in lingua sicula.
Tra queste, la famosissima iscrizione incisa su un blocco di arenaria murato sul lato est del va-no d'ingresso della porta urbica meridionale della città, riportata alla luce da Paola Pelagatti durante la campagna di scavo del 1962.
Disposta in due righe e ad andamento sinistrorso (si legge, cioè, da destra verso sinistra), costituisce il più lungo ed importante testo siculo finora conosciuto, certamente l'unico a carattere pubblico Ancora di controversa interpretazione, è databile alla seconda metà del VI secolo a. C.
Anche se spesso indicata come proveniente dal Mendolito, fu in realtà ritrovata nella vicina contrada Polichello la statuetta del cosiddetto Efebo o Atleta nudo di Adrano, certamente uno dei reperti archeologici più famosi del territorio, esposto presso il Museo archeologico regionale di Siracusa. Il bronzetto, databile al 460 a. C. circa, pur essendo alto meno di venti centimetri, possiede, nella proporzione e nell'armonia delle forme, la perfezione di una statua monumentale.
Proprio per questo motivo è stata avanzata l'ipotesi che si tratti di una copia in scala ridotta di un'opera di bronzo di Pitagora di Reggio, di diverse statue di atleti, forse emigrato da Samo in Magna Grecia agli inizi de V secolo a.C.
Grazie agli scavi intrapresi nella città del Mendolito agli inizi degli anni Sessanta, oltre a rimettere in luce alcune case arcaiche e la porta urbica, si è potuto esplorare un tratto della cinta muraria, fortificazione interamente realizzata impiegando pietrame lavico non sbozzato.
Altri scavi iniziati qualche anno fa (1988-1989), sempre nell'area meridionale dell'insediamento, sono serviti a isolare i resti di alcune porzioni di abitato, databili nel corso del VI e, forse agli inizi del V secolo a.C. .
Solo il proseguimento delle indagini, tuttavia, potrà dare una risposta ai numerosi interrogativi posti da questo insediamento siculo, i cui dati di scavo sembrano fissare la piena fioritura nel Vi secolo a.C..
Resta poco esplorato, infatti l'impianto urbano, del tutto sconosciute le aree sacre, ancora ignoto il nome, anche se qualcuno, con il conforto della numismatica, ha voluto identificarlo con l'antica città indigena di Piakos.
Ancora da precisare, infine, i rapporti con la città greca di Adranon, l'insediamento nato nel 400 a.C. per volontà secondo Diodoro Siculo, di Dionigi il Vecchio, a pochi chilometri di distanza, su un'altura sovrastante il corso del simeto.
l'operazione che porta alla nascita di Adranon, il cui sito si trova nell'abitato dell'odierna Adrano, è certamente di grande valenza strategica e segna il rafforzamento dell'egemonia Siracusana nella zona.
Tra gli scopi primari, il controllo del corso del Simeto e quello della città sicula di Centuripe, posta su un rilievo sulla sponda opposta del fiume.
Il sito prescelto fu quello in cui sorgeva da tempo il santuario di una tra le più potenti divinità sicule,Adranos, nume che la nuova fondazione, in integrazione con le popolazioni indigene circostanti avrebbe continuato a venerare e da cui avrebbe tratto lo stesso nome.
«Esistono ancora vari considerabili pezzi delle antiche mura...è la Magnifica costruzione di essi, essendo internamente formati di pietre di lava, ben squadrate, e connesse senza calce». Così il principe di Biscari descrive la cinta muraria della città, databile probabilmente al momento stesso della fondazione, e che ancora oggi, con il tratto di contrada Difesa lungo oltre duecento metri, costituisce il monumento meglio conservato della Adrano archeologica.
Opera grandiosa, dotata di torri e di postierle, fu realizzata interamente in pietra lavica con un muro a doppia cortina di blocchi squadrati e colmatura interna di pietrame minuto.
Attesta le eccezionali capacità tecniche raggiunte dall'ingegneria militare greca di età tardo-classica ed ellenistica.
Non molte sono le notizie tramandate dalle fonti storiche sulle successive vicende della città. Nel 344 a. C., durante l'inarrestabile marcia di Timoleonte di Corinto verso Siracusa, nei dintorni di Adranon si combattè una dura battaglia che vide le truppe di Timoleonte sbaragliare quelle di Iceta, il tiranno di Leontini lì accorso nel tentativo di sbarrare il passo al duce straniero.
Secondo gli storici antichi, dopo la battaglia, Timoleonte fu accolto trionfalmente in città e gli venne annunziato uno straordinario prodigio: nel corso del combattimento le porte del tempio di Adranos si erano aperte, il volto della divinità si era coperto di sudore e la sua lancia aveva tremato.
Meno di un secolo dopo, nel 263 a. al tempo della prima guerra punica, Adranon fu espugnata dall'esercito romano, dopo avere tentato invano di resistere ad un durissimo assedio.
L'ultimo accenno alla città si ha in età imperiale, quando viene inclusa tra le civirates stipendianar, tra quei centri della Sicilia, cioè, costretti a versare un tributo fisso a Roma.
L'abitato di età greca è stato messo in luce soprattutto attraverso le ricerche avviate a partire dagli anni Ottanta (spesso in situazioni di estremo disagio per il sorgere sopra la città antica di un moderno quartiere edilizio a carattere abusivo).
Tutti i resti scavati sono riferibili all'impianto urbano, databile dalla seconda metà del IV alla prima metà del III secolo a. C., il periodo di maggiore sviluppo della città.
Le case, dotate di cortile, sono organizzate in isolati regolari e composte da più ambienti. Una di queste, venuta alla luce nel corso dell'ultima campagna di scavo (1995), mostra un sistema di canalizzazione per lo scarico delle acque.
Alcune abitazioni rivelano un agiato tenore di vita; spesso hanno pareti interne intonacate e dipinte con colori vivaci, del tipo di quelle riscontrate nelle case di altre città siceliote, Gela, Morgantina, Heraclea Minoa.
Talvolta posseggono anche pavimenti con mosaici, come quello che recava 1 iscrizione augurale in greco XAIPH e che doveva probabilmente riferirsi all'ingresso di un'abitazione privata.
Oggi conservato al Museo di Adrano, esso proviene dall'area centrale della città antica, ma purtroppo è stato recuperato in contesti archeologici danneggiati.
Scoperta nella campagna di scavo del 1981 anche una delle principali strade della città; i suoi resti sono stati individuati in un raggio di cento metri circa.
Messa in luce per una ampiezza massima di sette metri, correva in direzione nord-sud ed era fiancheggiata su un lato da una canaletta accuratamente realizzata con blocchi squadrati di pietra lavica.
Le campagne di scavo portate a termine in (questi anni hanno permesso di accertare come parte dell'impianto urbano poggi su basalti colonnari, formazioni vulcaniche la cui superficie talora sembra spianata a regola d'arte per garantire un piano d'appoggio uniforme ai muri di fondazione degli edifici.
E il caso, ad esempio, di un edificio del III secolo a. C., esplorato parzialmente nel corso delle ultime ricerche (1995).
Qui il banco lavico sottostante, dopo l'intervento dell'uomo che lo ha regolarizzato, ha assunto quasi l'aspetto di un lastricato.
Le necropoli si estendevano al di fuori delle mura, quelle maggiori ad est e ad ovest della città.
Gli scavi all'interno del loro perimetro, alla ricerca dei preziosi corredi funebri, cominciano molto presto, già nel 1844, anno in cui, secondo il racconto di Petronio Russo, nella necropoli orientale di contrada Difesa dei Molini il notaio Giuseppe Galizia facendo degli scavi per conto proprio.
Trovò poche monete, moltissimi vasi etruschi (in realtà vasi sicilioti, in quel tempo erroneamente definiti in tale modo, n.d.a.), anfore e lucerne, e lacrimiere di terracotta in foggie svariatissime e grandezze diverse.
La collezione ascendeva a più di un mezzo migliajo.
Purtroppo, questi materiali sono andati dispersi, e ancora oggi scarsi sono i dati relativi all'estensione e alla cronologia dei sepolcreti di Adranon.
Senza dubbio, la necropoli meglio conosciuta è quella occidentale,dove sono stati compiuti saggi di scavo sia dalla Soprintendenza archeologica di Siracusa, che dalla Soprintendenza per i Beni culturali di Catania.
La zona indagata è caratterizzata da tombe in massima parte contemporanee ai livelli dell'abitato finora esplorati (ultimi decenni del IV - III secolo a. C.).
Si tratta di sepolture a fossa semplice, talora con copertura "alla cappuccini" (cioè con il defunto sdraiato nella fossa e protetto da una serie di tegoloni piani disposti a doppio spiovente sopra il corpo).
Nell'ambito delle ricerche condotte in questa necropoli merita, infine, di essere segnalato un vasetto a vernice nera, databile tra la fine del V ed il IV secolo a. C., particolarmente interessante perché reca inciso una breve dedica ad Eracle in dialetto greco dorico e testimonia pertanto la particolare diffusione nel territorio del culto tributato all'eroe.
Adranon fu un fiorentissimo centro artigianale.
Di produzione locale sono la maggior parte dei vasi, recuperati in abbondanza nell'area dell'abitato e nelle necropoli.
Proviene da qui uno degli esemplari di maggior pregio dell'arte figurata siceliota, l'olpe con Liacle ubriaco conservata presso l'Ermitage di San Pietroburgo.
Prodotte localmente anche statuette dai soggetti più disparati: piccole divinità, leggiadre danzatrici nell'atto di ruotare vorticosamente le ampie gonne al ritmo della musica, fanciulle ben tornite dalla complicata acconciatura fermata al sommo del capo da un piccolo chignon.
Ed ancora, piccoli animali, mascherine teatrali, statuette di vecchi attori della commedia, con il viso atteggiato ad una smorfia e il ventre prominente, destinati a suscitare l'ilarità negli spettatori.
Poche Sono le testimonianze relative alla piena età ellenistica c alla fase repubblicana (seconda metà del III - I secolo a.C. scarsissime le tracce del periodo successivo, segno che l'Hadianr'm di età romano-imperiale si era notevolmente rimpicciolita, e forse spostata di sito.
La città mantenne, però, una certa importanza, se le notizie riportate dagli studi antiquari dei secoli scorsi parlano della presenza di terme, monumenti funerari, sarcofagi, sculture di marmo. L'unico monumento imperiale di cui oggi, forse, rimane qualche traccia, inglobato nei muri di un piccolo edificio rurale, è costituito dalle terme di contrada Capritti (ex predio Pulia).
Ai tempi di Eiscan erano ancora discretamente conservate, e il principe-archeologo, nel suo viaggio per tutte le antichità di Sicilia, ne ha lasciato uno schizzo e una dettagliata descrizione: Il viaggiatore... vedrà... gli avanzi di un grande edificio, del quale ne resta non poca elevazione. Consiste in una gran-de stanza quadrata, lunga palmi 60, e larga 30.
Le mura laterali esternamente sono adornate di pilastri, e di archi formati di grossi mattoni...».
Il periodo romano ha lasciato poche tracce anche al di fuori dell'abitato di Adrano.
Una delle più singolari, e al tempo stesso poetiche, è un'iscrizione in greco visibile nei pressi della fonte detta delle Favare (III o inizi del IV secolo d. C.), in contrada Polichello.
Qui, vicino al greco del Simeto, ai piedi della sorgente dell'acqua fresca e copiosa, in un giorno lontano si riunirono sei amici per un banchetto.
Le ore passarono in allegria tra gioie del convito, in una cornice oggi come allora incontaminata.
Ed al termine della giornata, i sei compagni decisero di lasciare memoria dell'evento incidendo i loro nomi sulla parete rocciosa sopra la sorgente, a perpetuo ricordo di una spensierata gita in campagna.

