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La Diavolata è un'antica rappresentazione già conosciuta nel passato con il nome de I Diavuluzzi 'i Pasqua; nella forma attuale, è la riproposizione di un'opera teatrale settecentesca intitolata Resurrezione, composta da Anselmo Laudani, sacerdote adranita morto nel 1787.    Anche se il testo del Laudani è colmo di retorica e infarcito di riferimenti dottrinali e didattici, esso conserva ancora un fascino particolare che, probabilmente, trova ragione nella presenza di elementi situazioni e personaggi attinti dalla cultura pagana e popolare.    Il dramma si dipana in cinque scene, profilo di lava del castello, spicca il fon ordinate secondo lo schema aristotelico, quindi colto, dell'unità di tempo, luogo e azione; i personaggi principali sono sei: Lucifero, capo degli angeli ribelli e attivo promotore del Male; Belzebub (Ba'alzevuv), nome di incerta etimologia, usato nel Nuovo Testamento nei discorsi attribuiti ai Farisei e variamente spiegato come "dio Mosca" o Signore delle mosche; Astarot, che il medico Johann Weyer (vissuto nella metà del '600), nella sua Pseudomonarchia daemo­num, inserisce tra i principi demoniaci, attribuendogli quaranta legioni di diavoli inferiori; la Morte, eterna nemica dell'uomo; l'Umanità, simbolo della speranza; e l'Arcangelo Michele, avver­sario capitale del demonio. Di un certo interesse è la scelta dei costumi di scena che, nel taglio e nei colori, riflettono gli stereotipi radicati nell'immaginario colto e popolare. I diavoli sono neri, con le corna, i denti aguzzi e gli occhi spiritati; sui loro corpi di stoffa scura sono impressi e replicati i volti feroci che moltiplicano la sensazione di stupore e di terrore.   Secondo alcuni studiosi, il motivo della ripetizione delle facce del diavolo è già presente in molte iconografie antiche dell'Apocalisse, dove è stata interpretata come imitazio­ne blasfema dell'immagine trinitaria. La Morte ha l'aspetto di uno scheletro, così come era tradizione già nell'iconografia antica precristiana e Cristiana; nelle simbologie alchemiche, tuttavia, lo scheletro annunziava la rinascita cui va incontro la materia nel corso delle sue trasformazioni. In tal senso, l'apparizione dello scheletro nel giorno della Pasqua cristiana assume un significato più denso e pregnante. L'arcangelo Michele è armato di uno scudo e di una lunga spa­da, la stessa che usò contro il demonio; in testa porta un elmo piumato, simile a quello di un pupo siciliano.    La prima scena ha inizio quando Lucifero viene a cercare Cristo, venuto a redimere i peccatori; la voragine dalla quale emerge è il cratere centrale dell'Etna, simbolo del complesso rap­porto che lega Adrano al vulcano.    Nelle culture popolari, il demonio viene normalmente collocato nei luoghi oscuri e sotterranei, ma qui ad Adrano, sotto il vulcano più grande d'Europa, la tradizione religiosa si fonde inevitabilmente con quella pagana che aveva eletto l'Etna a sede di presenze divine, di mostri e di giganti.    Nella seconda scena si incontrano Belzebub e Astarot, e nella terza l'Umanità e la Morte.     Nella quarta scena, l'Umanità, aggredita da due furie infernali, verrà salvata dall'arcangelo Michele, che nel quinto atto sconfiggerà definitivamente Lucifero.    Legati, poi, alle tradizioni gastronomiche della Pasqua adranita sono i Ciciulè, canestrini di pasta di pane salata e cotta al forno, con due uova sode augurali collocate al centro, essi appartengono alla ricchissima famiglia dei Pupi cu l'ova (pani con le uova) che compaiono nelle tradizioni gastronomiche di quasi tutte le province siciliane; nelle numerose varianti locali, molte sono le forme e le decorazioni; in alcuni paesi la pasta di pane, plasmata in forma di animale, di cestino, di bambolina, assume l'aspetto di un vero e proprio oggetto artigianale.

 

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